Archiviato, o quasi, l’epocale dossier sull’obbligo del Green Pass a tutti i lavoratori, per il premier Mario Draghi si apre, di fatto, la fase due del suo governo. E si apre nel segno della polemica su uno dei temi più caldi dell’autunno: la riforma del fisco al cui interno troviamo la RIFORMA DEL CATASTO, di cui se ne parla tanto già da metà agosto.
Ma in cosa consisterebbe la riforma del Catasto e cosa comporterebbe per gli italiani?
Riformare il catasto italiano non è impresa da poco. Sia per l’amore che gli italiani hanno per il mattone: 25 milioni di proprietari di 35 milioni di immobili. Sia per il rischio di aumentare le tasse. Rivalutare le vecchie rendite catastali ai valori di mercato e passare dai vani ai metri quadri significa, sulla carta, far salire l’Imu sulle seconde case per più di qualcuno. E gonfiare l’Isee, spingendo molte famiglie fuori da bonus e aiuti sociali. Una prima simulazione mostra aumenti medi del 128% per estimi e Imu. E un Isee quadruplicato.
Correttivi sono possibili, ma per farlo ci vuole notevole coesione politica. L’ultima riforma del catasto risale al 1989. Le rendite catastali sono state alzate del 5% tra 1996 e 1997. E del 60% dal governo Monti nel 2011 che aumentò pure le aliquote, introducendo l’Imu. Il governo Renzi ha tolto l’Imu sulla prima casa e inserito la riforma del catasto nella delega fiscale del 2014. Doveva essere approvata dal Cdm del 23 giugno 2015: rimandata e affossata. La clausola a “invarianza di gettito” — 45,5 miliardi di introiti dal mattone, di cui 19,5 dall’Imu — allora come oggi fa politicamente paura: non tutti pagheranno meno, qualcuno di più.
Cosa potrebbe succedere ora?
Il governo Draghi richiama la riforma del catasto nel Recovery Plan quando la cita come una delle Raccomandazioni che Bruxelles fa da anni all’Italia. La tassazione sulla casa non è equa: abitazioni di pregio nei centri storici delle maggiori città versano meno tasse delle coppie giovani che vivono in periferia. Un intervento sarebbe giusto e necessario. E una prima bozza della riforma fiscale di questo governo — anche qui in forma di delega — contemplava anche il catasto. Vedremo se resisterà ai veti politici — a destra soprattutto — ma l’intenzione dell’esecutivo sarebbe quella di procedere.
Quali sono i cardini della riforma?
I principi ispiratori sarebbero tre. Primo, la rivalutazione dei valori catastali con il passaggio dalle rendite ai valori medi di mercato, ottenuti applicando un algoritmo ai valori Omi, i valori calcolati ogni sei mesi dall’Osservatorio immobiliare dell’Agenzia delle Entrate. Secondo, passare dai vani ai metri quadri per determinare il valore dell’immobile. Terzo, semplificare le categorie catastali: non più A1, A2, A3, A4 (signorile, civile, economico, popolare), ma solo O e S, immobili ordinari e speciali come i pubblici e commerciali.

Quali sarebbero gli effetti sull’Imu?
L’impatto sulle rendite catastali dell’adeguamento ai valori di mercato nelle grandi città potrebbe essere di quattro o cinque volte. Come ricaduta, l’Imu sulle seconde case salirebbe in media nazionale del 128%, calcola la Uil, Servizio Lavoro, Coesione e Territorio. Tra i 21 capoluoghi di Regione, a Roma si passerebbe da 2 mila a 5.640 euro all’anno (+183%). A Trento da 700 a 1.300 euro (+189%). A Milano da 1.800 a 4 mila euro (+123%). Meglio a Genova, Ancona, Trieste con ritocchi solo del 5-7%. Si tratta di aumenti medi calcolati su un appartamento in zona semicentrale, di ampiezza media. Aumenti che con ogni probabilità corrispondono a ribassi in periferia. E che possono essere calmierati dal governo abbassando le aliquote Imu.
Cosa succede all’Isee?
Non ci si pensa mai, perché le prime case non pagano più l’Imu. Ma una revisione delle rendite catastali impatterebbe sul peso che la prima casa ha nel calcolo dell’Isee: i due terzi del valore rivalutato, una volta sottratti la franchigia e il mutuo residuo. Ebbene, rivedere gli estimi gonfierebbe l’Isee di 75 mila euro medi (+318%), calcola la Uil: quattro volte tanto, con punte di 7 volte a Palermo e 6 a Catanzaro. Molte persone perderebbero agevolazioni come sconti sulle mense scolastiche, rette degli asili nido, tasse universitarie, bonus affitti, bonus bollette, rette delle Rsa, le residenze sanitarie assistite. Altri uscirebbero da programmi di sostegno alla povertà, come il Reddito di cittadinanza. Per evitarlo, le soglie Isee di queste erogazioni andrebbero alzate.
Cosa accade invece alla TARI?
Passare dai vani ai metri quadri potrebbe infine impattare anche sulla tassa dei rifiuti che si calcola sull’80% della superficie catastale lorda dell’abitazione, comprese le mura perimetrali. Non tutti i Comuni hanno fatto le revisioni di queste superfici imponibili, basando il calcolo Tari sulle autodichiarazioni dei proprietari, che ora verrebbero rimesse in discussione.
Troppe sono ad oggi le opinioni in materia da parte delle varie forze politiche in gioco. Dopo qualche incomprensione tra i partiti di centrodestra, il convegno del coordinamento dei legali di Confedilizia, l’associazione della proprietà immobiliare, ha ribadito l’unità d’intenti contro qualsiasi ipotesi di aumento dell’imposizione. Una presa di posizione che indurrà di sicuro il premier Mario Draghi e il ministro dell’economia, Daniele Franco, a una profonda riflessione sulla strada da seguire per il ddl delega sulla riforma fiscale.
CAMIFI – Firenze